LA STORIA DI "CAMPANARAZZU", NOTA DI CARMELO SANTONOCITO (FONDAZIONE MONASTERIUM ALBUM)

Riceviamo e pubblichiamo nota di Carmelo Santonocito, della Fondazione Monasterium Album, in replica alla lettera aperta di Nino Nicolosi, La storia di Campanarazzu, leggibile sul sito Misterbianco.com 

https://www.misterbianco.com/la-vera-storia-di-campanarazzu-lettera-aperta-allamministrazione-comunale-di-misterbianco-alla

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La storia di Campanarazzu siamo noi

Dall'intervento del sig. Nicolosi, più che la “vera storia di Campanarazzu” traspare un livore accumulato negli anni e non so perché esploso solo oggi a distanza di così tanto tempo dal momento che si tratta di una vicenda nota, risaputa e raccontata perfino su un libro scritto dal compianto Mimmo Santonocito nel 1988 dal titolo “Misterbianco ieri” che è stato certamente il protagonista ed il promotore di quella spedizione di giovani del 1965.

Probabilmente, al di là delle inesattezze che sarò costretto a sottolineare, dal momento che mi tira in ballo, omettendo volutamente altri, Nicolosi ha dimenticato certamente quel libro oltre a tutti gli articoli di giornale pubblicati in questi decenni per non parlare delle mostre in occasione della Festa del Patrono riguardanti proprio Campanarazzu. 


Ho avuto modo di ricordarlo più volte al sig. Nicolosi dallo scorso maggio, quando si tenne la trasmissione su RAI 1 che visitò per alcuni minuti Campanarazzu su iniziativa del Presidente delle Pro Loco d’Italia Antonino Spina, ma visto quanto ho letto, debbo dedurre che non sono stato compreso o forse non mi sono spiegato bene oppure qualcuno non è in buona fede.

“La storia siamo noi” scrive Nicolosi, probabilmente pensando all’omonima canzone di Francesco De Gregori oppure alla nota trasmissione RAI 3 avviata alla fine degli anni Novanta, sconoscendo il vero significato della parola, che riguarda “una ricostruzione ordinata di eventi reciprocamente collegata”.

La storia scritta di Campanarazzu inizia con Tommaso Tedeschi Paternò, contemporaneo dell’eruzione del 1669, che scrive nel Suo “Breve ragguaglio degli incendi di Mongibello” della chiesa di Campanarazzu raccontando che il campanile aveva resistito alla furia della lava.

Quasi certamente il sig. Nicolosi non conosce questo testo e probabilmente ha dimenticato o forse non ha letto oppure non ricorda quanto ha scritto Mimmo Santonocito che cita proprio Tommaso Paternò Tedeschi che visitò i luoghi. Poi nel 1867 il sac. Antonino Bruno Licciardello si reca in quei luoghi e descrive ciò che vede, ivi compreso il campanile diroccato e l’arco d’ingresso principale della chiesa. 

Si dovette poi aspettare gli anni Sessanta per una prima ricognizione di quei luoghi, non facilmente raggiungibili, ad opera di Mimmo Santonocito, Nuccio Spampinato, Salvatore Falà e Antonino Nicolosi.

Certamente una iniziativa che contribuì a riaccendere i riflettori su quei luoghi. Ma già finita la guerra quei luoghi erano conosciuti.

Ci si recava lo stesso Mimmo Santonocito, lo scrive nel libro, il maestro Aurelio Aiello ed il sac. Vincenzo Cannone che portavano i ragazzi su quelle sciare impervie, il sig. Nino Giuffrida Condorelli, Peppino Belfiore e Domenico Privitera, custodi di quei luoghi e che chiesero al duca Vespasiano Trigona di donarli alla chiesa.

I quattro giovani nel 1965 capitanati da Mimmo Santonocito entrarono in un anfratto, lo dice lo stesso Mimmo “non si poteva stare in piedi” e lì dopo diverse spedizioni riuscirono nei pochi metri quadri a disposizione a recuperare il telamone, i frammenti dell’epigrafe che attesta l’intitolazione della cripta alla Madonna, delle mattonelle e delle ciotole.

Ma Nicolosi scrive: “Eppure non era la prima volta che lo ammiravo e chi meglio di me lo conosceva?”

Ma cosa ha ammirato e conosceva Nicolosi?

Certamente non quello che vediamo oggi che è il risultato di uno scavo generale avvenuto dal 2002 al 2016 e neppure le colonne riportate in copertina nel libro di Mimmo Santonocito che lo stesso fotografò negli anni Ottanta dopo che un gruppo di adolescenti Santo Pappalardo, Carmelo Condorelli e Alessandro Bruno (questi i nomi che ricordo) scavando ai piedi dell’altare del Crocefisso ebbero modo di vedere per primi le colonne.

Anche questo scrive Mimmo Santonocito, ma forse il sig. Nicolosi lo ha dimenticato o non ha letto attentamente il libro?

Ed allora si tratta di dimenticanza o di altro dal momento che afferma: “quel tesoro è venuto alla luce grazie all'incoscienza ed all'irresponsabilità del sottoscritto….”.

Ma di quale tesoro parla?

Purtroppo per Nicolosi non è così e lo testimoniano i fatti dal momento che da quello scavo degli anni Sessanta sono passati oltre 45 anni e da quello degli adolescenti altri 17 anni prima che la Soprintendenza fugasse le perplessità sul tentativo di avviare una campagna di scavo sotto un basalto lavico spesso da 10 a 12 metri.

È lo stesso Mimmo Santonocito che ci racconta tutto ciò quando scrive che avvisato mons. Scuderi, questi disse che la Soprintendenza non sarebbe intervenuta “con opere di scavo, ritenendole inutili.”

Infatti la Soprintendenza, prima di avviare negli anni duemila lo scavo, come ho scritto più volte in questi anni, ma qualcuno non legge non solo i libri ma neanche i giornali, deliberò una somma del valore di circa 150 milioni delle vecchie lire.

Fu questo intervento che convinse, a denti stretti, i dirigenti della Soprintendenza di Catania, visti i riscontri, e su sollecitazione del compianto on. Lino Leanza, ad istruire il progetto che fu inserito con “priorità assoluta” nell’elenco delle opere da finanziare.

Questa indicazione poi ratificata dalla Giunta regionale, non avvenne certamente perché siamo stati bravi noi misterbianchesi (ancora non si sapeva cosa avremmo trovato sotto), ma solamente perché il buon Leanza, prese a cuore il progetto assieme a tanti altri misterbianchesi e telefonò all’assessore regionale dell’epoca per sostenere l’iniziativa. Solo per curiosità, la telefonata avvenne davanti la scalinata della chiesa di S. Rocco in via Matteotti.

Le foto del sig. Nicolosi, certamente interessanti per testimoniare un intervento in una parte ristretta della piccola cappella gotica, ritraggono gli autori del primo scavo all’esterno o all’uscita dell’anfratto ma perché allora Nicolosi scrive: “Non credevamo ai nostri occhi davanti a tanta bellezza e maestosità”, ingannando così il lettore che pensa che quello che oggi vede a Campanarazzu lo ha visto lui nel 1965.

Non è così!

Per chi come me negli anni Settanta si è calato in quell'anfratto, non c’era nulla di bello e maestoso e lo testimonia sempre Mimmo nel suo libro con le foto che ritraggono la volta e la finestra d’ingresso tra le pietre, ma solamente la sensazione di felicità e l’entusiasmo (e non è poca cosa) di calcare un metro di suolo calpestato dai nostri avi. 

Quello che oggi possiamo vedere è una chiesa lunga oltre quaranta metri con un presbiterio grandissimo e due locali laterali oltre alla cappella gotica liberata dal basalto lavico che arrivava fino alla volta grazie a della malta espansiva.

In quella cappella oggi si vedono le due porte che solo grazie agli scavi degli anni duemila è possibile vedere ma che negli anni Sessanta e Settanta erano coperte dal basalto lavico.

Caro sig. Nicolosi grazie a Dio, qualcun altro ha perso, con il passare dei decenni, la cognizione del tempo ed anche forse la memoria altrimenti non avrebbe cercato consensi nei mesi scorsi per chiedere l’apposizione di una targa con i nomi per auto referenziarsi oppure per affermare che nulla ha saputo in questi anni dei beni tirati fuori da Campanarazzu.

Sempre Mimmo Santonocito, scrive nel suo libro nel 1988 che fine faranno i pezzi custoditi a casa sua che nel 2010 consegnò al legittimo proprietario pro tempore, padre Condorelli parroco della chiesa Madre attuale proprietaria di quei luoghi, per esporli nel museo d’Arte sacra dove si trovano da 15 anni.

Una cosa ha dimenticato di ricordare del 1965 il sig. Nicolosi che, se non ci fosse stato Mimmo Santonocito questa esperienza seppur importante, (è un mio personale parere avendo conosciuto la tenacia di Mimmo), l’avrebbe solo sognata e probabilmente quello che scrive oggi è frutto di un sogno non della realtà.

Oggi leggendo alcuni commenti di chi a quell'epoca non era neppure nata, ma probabilmente non risiedeva neppure a Misterbianco fino a qualche anno fa, si legge un dispiacere “che la storia sia stata scritta solo oggi e non decenni fa” e posso comprendere questo dispiacere non conoscendo invece che era stata scritta e ribadita più volte.

Ma questo modo di agire, si sa, appartiene ai “leoni da tastiera” che poco hanno a che fare con la storia e sempre di più con la malafede e la frustrazione.

La storia di Campanarazzu inizia con Tommaso Paternò Tedeschi, con il sac. Antonino Bruno Licciardello e poi tanti che hanno messo un tassello, da Nino Giuffrida Condorelli a Domenico Privitera, da Peppino Belfiore a Carmelo Di Stefano, da Aurelio Aiello al sac. Vincenzo Cannone, da Mimmo Santonocito, presente nel corso degli scavi, Turi falà, Nuccio Spampinato e Nino Nicolosi agli adolescenti Santo Pappalardo, Carmelo Condorelli e Alessandro (o Piero) Bruno, da Mimmo Murabito al sac. Giovanni Condorelli, dall'on. Lino Leanza agli ultimi sindaci Salvatore Saglimbene, Nino di guardo, Ninella Caruso e Marco Corsaro, da Pippo Maricchiolo al prof. Pippo Longo, dalla Fondazione Monasterium Album all'on. Jose Marano, dal dott. Stefano Branca al dott. Raffaele Azzaro e potrei continuare perché sicuramente avrò dimenticato qualcuno e mi scuseranno.

Campanarazzu è una storia ed un patrimonio di tutti dove in tanti hanno messo un loro tassello affinché si arrivasse a quello che noi oggi vediamo potendo affermare che a Campanarazzu c'è "tanta bellezza e tanta maestosità" come scrisse nella sua visita pastorale “ad limina” del 1638 il vescovo di Catania Ottavio Branciforti: “La chiesa principale era così bene addobbata ed elegantemente ornata, che avremmo potuto augurarci di trovarla nel centro della Città di Catania”.

        Carmelo Santonocito 

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